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Ora che la Dark Polo Gang è carne da Radio Deejay e Netflix e ha trovato la sua dimensione come innocua macchietta in programmi come Strafactor e simili, serviva qualcosa di nuovo. Qualcosa di artatamente provocatorio da dare in pasto ai gruppi di Facebook di appassionati di hip hopo, così che potessero scannarsi allegramente sotto una miriade di post-fotocopia accendendo innumerevoli flame. Gli FSK Satellite faranno la gioia tanto di chi cercava un nuovo fenomeno di pseudo-nichilismo senza filtri, sia degli inguaribili nostalgici passatisti che li etichettano aprioristicamente come merda. E merda sono, già.

Parliamo di un terzetto composto da due cloni della DPG e un cosplayer di Speranza che sbraita uguale ma senza napoletano. Ti sbattono lì una copertina onanisticamente blasfema per un disco intitolato PADRE FIGLIO E SPIRITO, parlano solo di cash, droga, mafia, gang, eccetera, e cesellano barre memorabili come «Sono il king del trap, stiamo sullo swag». La ricettina è chiara e lampante, e si tratta di un sugo pronto. È pura e semplice provocazione gratuita, imbevuta di un immaginario che a poca distanza da Colleferro può (e probabilmente vuole) far alzare più di un sopracciglio. Per definire punk questa monnezza – come fanno loro stessi – si deve avere un concetto di punk piuttosto abbozzato. Diciamo che è un’accezione di punk per cui è punk anche cagare in mezzo alla strada e poi lanciare i frutti del proprio lavoro in viso ai passanti. Poi si può anche fare tutto un discorso sulla non-musicalità voluta ed esibita, sul fatto che le basi siano discrete e possano meritare da sole un ascolto, e via così. Sono gli stessi identici cliché che si spendevano per la DPG cinque anni fa. Se non siete ancora stanchi, accomodatevi. 

È vero che le produzioni non sono da buttare: Greg Willen è magari un produttore superiore alla media, novello Charlie Charles e quel che si vuole. Nulla di sconfinferante però, e gli scivoloni non mancano neppure su questo versante, vedi le caciarate EDM un tanto al kilo (DUE E ZERO). Il tanto strombazzato pezzo con ospite Chief Keef poi presenta una base nebulosa il giusto, ma a conti fatti serve più che altro a dimostrare come l’etichetta abbia abbastanza soldi da garantirsi una mail di risposta dal rapper di Chicago. E non parliamo dei momenti di pseudo-introspezione a base di esistenzialismo situazionista à la Benvenuti al Nord: «Tre terroni a Milano, che cosa ci fanno? Che cosa ci fanno?». Eh, che gli vuoi dire?

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